giovedì 29 giugno 2017
14.07.2012 - Giuseppe Picchianti

14 luglio: non solo spettacoli pirotecnici, ma passione e amore per il sacrificio.

223 anni fa in Francia, la lotta e la vittoria per il bene sociale e per la religione dei diritti.

Le prime avvisaglie che il mondo stesse cambiando, si ebbero il dodici luglio. La popolazione di Parigi aveva saputo che i primi nobili, i più importanti di Francia, iniziavano a saltare: la destituzione di Necker fu il fatto più importante, quello che accese la scintilla della Revolution Française. La popolazione era stremata, guerra e carestia, una lotta quotidiana per avere pane, da mangiare in compagnia della miseria, mentre nei salotti della bourgeoisie si continuava a brindare e a far festa. Camille Desmoulins, salita su un tavolo, incitò la folla, stremata dalla fame e dalla rabbia per i soprusi sociali: “Non c’è tempo, la destituzione di Necker è l’avvisaglia di un San Bartolomeo per i patrioti!”, in quella stessa notte i battaglioni tedeschi e svizzeri avrebbero lasciato il Campo di Marte per fare massacri tra la popolazione, una sola cosa si poteva fare: “prendere le armi!”. Da quell’avvenimento in poi, la Francia mutava ogni minimo particolare: il dissenso dei cittadini aumentò fino a giungere all’Assemblea Nazionale, la quale avvisò il re del pericolo che la nazione stava per correre, ma l’ostinato Luigi XVI non volle cambiare le proprie disposizioni. I giorni successivi furono il teatro di violente rivolte, che ebbero l’apice del successo il Quattordici luglio Millesettecentoottantanove.  Quel giorno divenne per i secoli futuri, indelebile: migliaia di generazioni, studiando la storia, ci siamo riprodotti nella nostra mente le battaglie, il re, le ghigliottine, la celeberrima Bastille. Parigi, da quel giorno in poi diventerà una “caput mundi” della storia sociale e politica per il futuro.

Molte volte,  nel Ponente Ligure, si bistratta il sentimento d’amore che il popolo francese ha nei confronti della propria patria, lo si vede come un’iperbole e come un capro espiatorio per i campanilismi. Ma è davvero così? Chi scrive non ha la pretesa di far cambiare idea, ma anzi, cercherò di portare, in queste poche righe, alcuni sentimenti sociologici e filosofici di pensatori post 1789.

Ogni rivoluzione ha, sempre, un prezzo alto da pagare: i morti. Morti come vinti o come vincitori, tocca alla storia raccontare le motivazioni dell’appartenenza agli schieramenti. Noi oggi sappiamo con certezza che la Rivoluzione Francese, ha prodotto, anche per la nostra vita, per noi che viviamo nella società conformata dalle norme sociali, etiche e giuridiche, un documento di vitale importanza per le nazioni moderne: la “Déclaration de droits de l’homme et du citoyen”. Una carta vitale, composta da diciassette articoli, che legittimano e proteggono il diritto alla libertà (liberté), alla sicurezza sociale (sureté), alla proprietà e alla resistenza all’oppressione. Diciassette articoli, dove si afferma che l’uomo nasce e vive libero ed uguale agli altri e come gli altri ha pari diritti; che la libertà consiste nel fare tutto ciò, che non possa recare danno agli altri uomini; che la legge è la rappresentazione della volontà generale e che la garanzia dei diritti dell’uomo è tutelata dalla forza pubblica.  Diritti sulla carta, che in 223 anni, ancora oggi, in taluni casi, sono difficili da difendere.

Realino Marra, docente di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Genova, in un bellissimo saggio sulla “Religione dei diritti”, introduce la figura del sociologo Emile Durkheim. A tal proposito, il Prof. Marra scrive: “ La grandezza di Durkheim, più che dall’impegno scientifico, emerge dalla forza del suo progetto politico-pedagogico...in una Francia del dopo 1789”. Durkheim infatti parte dall’idea che l’individualismo morale debba contenere quella simpatia per tutto ciò che è umano e la Rivoluzione del 1789 ne è l’esempio. Gli uomini, soffrendo insieme (traduzione letterale di synpasis), si sono riuniti in un unico corpo per combattere i privilegi della allora casta, quella dei re di Francia. Scrive infatti Marra: “ ed è l’individualismo morale destinato a trionfare…tradotto nei principi della Déclaration del 1789. Il documento della Rivoluzione è una pietra miliare nello sviluppo del catechismo morale delle società contemporanee”. La Rivoluzione Francese ha trasformato i valori laici in cose sacre: la patria, la libertà, la ragione. In conclusione, l’ideale di società, nata dalle fatiche dei rivoluzionari, afferma Durkheim deve “sollevarsi dagli affanni presenti, tornando ad essere artefice del proprio destino. Questo potrà avvenire solo se darà ascolto ai sentimenti e alle credenze più fervide che la attraversano … quelle idee e quelle forze morali che reclamano la soddisfazione dei principi dell’individualismo morale. E’ il risultato promesso dal 1789: riprendere e portare a termine il progetto dell’illuminismo. Non chiudere la Rivoluzione, ma completarla.”

Il 14 luglio sia la festa nazionale di Francia, un’occasione, ben venga, per andare a vedere gli spettacoli pirotecnici, che colorano il cielo della Costa Azzurra (questa sera a Mentone  alle ore 22.30). Ognuno di noi, però, deve cercare, ogni volta che varca l’ex frontiera, di ricordare il sacrificio di tanti giovani uomini e tantissime donne (qui mi viene in mente la “Libertà che guida il Popolo” di Eugène Delacroix), perché la loro esperienza ha permesso la nascita e lo sviluppo dello stato di diritto.

La Carta dei “Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, a questo link: http://www.conseil-constitutionnel.fr/conseil-constitutionnel/francais/la-constitution/la-constitution-du-4-octobre-1958/declaration-des-droits-de-l-homme-et-du-citoyen-de-1789.5076.html

 

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