giovedì 14 dicembre 2017
19.11.2012 - REDAZIONE

Sanremo: Armando Torno ai "Martedì letterari"

Domani, 20 novembre nel Teatro dell’Opera alle ore 16.30 verrà ricordato il Cardinale Carlo Maria Martini con il libro: ”Parlate con il cuore.” Introduce l’autore Ito Ruscigni, curatore della rassegna.

“Viene il tempo in cui l’età e la malattia mi danno un chiaro segnale che è il momento di ritirarsi maggiormente dalle cose terrene e prepararsi al prossimo avvento del Regno.” Con queste parole il cardinale Carlo Maria Martini prende congedo dalle pagine del “Corriere della Sera” e dai suoi lettori, che in questi ultimi tre anni lo hanno seguito con affetto e ammirazione. Il cardinale, come Cristo, rifugge il pulpito e si cala in mezzo alla folla. La ascolta, ne interpreta le paure e le angosce. Non solo spettatore, dunque, ma anche coraggioso esegeta della quotidianità.

E anche quando le domande si fanno scomode e dirette non manca di reagire con garbo, forte del sostegno delle Sacre Scritture. Perché il dolore fisico? Perché la morte di un bambino senza peccati? Come sopravvivere alla tragedia della malattia? Come reagire all’apparente disinteresse del mondo religioso per la crisi economica attuale? In queste pagine si trovano alcune tra le risposte più toccanti e commoventi che il cardinale ha restituito a coloro che lo hanno interrogato. Pareri, opinioni, consigli, spesso anche soluzioni ai quesiti più delicati che soffocano l’animo umano, impedendogli di raggiungere la piena consapevolezza di Dio. Riflessioni che hanno contribuito ad aprire uno spazio di intesa, un percorso comune in cui la Fede abbraccia – e pure sostiene – la realtà del quotidiano. Con umiltà fraterna il pastore tende la mano e una parola di conforto a coloro che con fiducia si affidano alla sua voce. Ne scaturisce un dialogo con i credenti intimo e intenso condotto con la consueta semplicità e immediatezza a cui ci ha abituati nella sua lunga attività pastorale.

Prefazione al libro di Ferruccio de Bortoli

Non dimenticheremo mai, noi del «Corriere», la tarda mattina del 19 giugno 2012. Il cardinale Martini aveva annunciato da alcuni giorni la sua visita in redazione e il programma era quello di ospitarlo, senza formalità, alla riunione delle undici, quella durante la quale si programma il giornale.

Sono stati numerosi in questi anni i grandi personaggi invitati in sala Albertini, ma l’atmosfera di quel giorno era del tutto particolare. Per la figura carismatica di Martini, per il legame fortissimo con il quotidiano della città in cui era stato per vent’anni arcivescovo. Sicuramente. Ma c’era qualcosa di più. Non saprei descriverlo se non con quella sottile emozione che s’impossessa delle persone nei momenti di svolta della loro vita, o quando hanno la sensazione di essere testimoni di un episodio che resisterà all’usura della cronaca. Dopotutto, era una semplice occasione per congedarsi da titolare della rubrica di dialogo con i lettori che aveva tenuto per tre anni. No, no, qualcosa di più. Prima di quella mattina calda di giugno gli incontri erano stati numerosi, in compagnia dei colleghi Armando Torno e Paolo Baldini, che avevano reso possibile, con il loro lavoro, la corrispondenza pubblica del cardinale. Tutti straordinariamente belli, intensi. Nella sua piccola stanza, curata ma modesta, dell’Aloisianum di Gallarate, la sua voce era affaticata ma si coglieva, seppure a stento. La mattina del 19 giugno non si udiva più. Martini parlava a noi, raccolti in silenzio intorno al tavolo albertiniano, muovendo le labbra e agitando a scatti un corpo sfibrato dalla malattia. Ma la voce era quella di don Damiano Modena, seduto pazientemente accanto a lui, con l’orecchio teso nello sforzo di cogliere un sibilo, una vocale lieve, uno spezzone di frase.

Una grande sofferenza che ricordava quella di Papa Giovanni Paolo II e il suo celebre pugno battuto sul tavolo quando si accorse di non riuscire più a parlare. Un episodio che cita, in risposta a una lettera, anche il cardinale. «Non ho paura del silenzio, ma mi vado chiedendo, tuttavia, che cosa voglia dirmi il Signore con questa crescente difficoltà che da un lato sto combattendo e dall’altro sto accettando.»

Noi ascoltavamo in silenzio, partecipando al dolore di quella comunicazione così dolorosa. La dolcezza delle parole scelte e la generosità del messaggio ci lusingavano e commuovevano, ma non potevano attenuare il disagio di un ascolto angosciante, la muta partecipazione al decorso di una malattia. Quella mattina Martini parlò, nonostante tutto, a lungo, commentò i fatti del giorno, ricordò che avrebbe voluto fare il giornalista e seppe sciogliere ogni tensione. E, alla fine, la voce di don Damiano era perfettamente fusa nell’espressione del suo volto sofferente ma sereno.

L’incontrò proseguì nel mio studio. Martini raccontò il ritorno in arcivescovado, in occasione della recente visita a Milano di Benedetto XVI. Discutemmo anche delle polemiche che in quei giorni avevano coinvolto il Vaticano, la fuga di notizie, la sottrazione di documenti personali del pontefice, le polemiche interne. Mi trovai di fronte un porporato deluso, pessimista e persino rassegnato a un peggioramento della situazione. «Non è ancora finita, ci sarà dell’altro.»

Il dialogo che per tre anni il cardinale ha tenuto con i lettori del «Corriere», e di cui questo libro ne è la sintesi ragionata, è stato eccezionale per diversi motivi. Primo: per la straordinaria informalità del rapporto. Nessun timore, nessuna remora, nessun argomento proibito, la sincerità assoluta, persino una sorta di complicità epistolare. Merito di Martini che a dispetto della sua figura pubblica, così altera, distaccata, con qualche tratto di apparente freddezza, ha saputo sedersi idealmente accanto allo sconosciuto lettore e condividerne i pensieri più privati, le angosce più intime.

Le domande sull’esistenza di Dio, sull’incapacità di trovare i segni della presenza di Cristo nei meandri diffusi del male, sull’ingiustizia del dolore, ricevono tutte risposte semplici e nello stesso tempo profonde. Il teologo arretra prudentemente e lascia la scena al pastore che veste i panni umili del suo gregge. Le notti della vita, le molte che abbiamo trascorso in solitudine, sono tutte riassunte, ci ricorda il cardinale, nella notte del Getsèmani, in cui Gesù accoglie su di sé tutte le ingiustizie del mondo «per poterle offrire e purificare». «Gesù parla d’amore, di perdono, ed è credibile perché non si è sottratto ad alcun dolore dell’uomo.»

Secondo motivo: per la libertà assoluta del pensiero, refrattario ad ogni schema, ad ogni convenienza, ad ogni liturgia. La mano tesa ai divorziati, cui la Chiesa nega i sacramenti ma non può e non deve espellerli o ignorarli, costituisce un gesto di coraggio e persino di scandalo. La sincerità, spinta fino alla durezza espressiva, con cui si condanna la secolarizzazione dei costumi ecclesiastici, scuote le consuetudini gerarchiche al prezzo di un isolamento personale. E posso dire, in questa prefazione, che la decisione di affidare all’arcivescovo emerito di Milano una rubrica mensile di lettere, non ha sollevato entusiasmi curiali. Tutt’altro. È qualcosa che fatico a comprendere, non posso pensare che il bene della Chiesa, così vasto e sottovalutato, sia sepolto dai comportamenti di alcuni dei suoi rappresentanti più prestigiosi. Comportamenti che a volte replicano, in peggio, quelli dell’esecrato e materialista mondo laico. E capisco la sofferenza intima, aggiunta a quella fisica, che pervade il cardinale quando parla delle vicende vaticane, della solitudine di un pontefice con il quale, peraltro, non appare sempre in sintonia. Qualcuno potrebbe chiedermi qual è la lettera che più mi ha colpito e può riassumere, o tentare di farlo, il valore di questa raccolta.

È quella di un signore di sessantacinque anni, privo, come molti, della fede ma convinto che «quella cosa bellissima che è la vita non ha potuto crearla nessun altro che un essere straordinario». Il cardinale risponde che «nonostante la differenza tra il mio credere e la sua mancanza di fede» siamo simili, lo siamo come uomini «nello stupore davanti al creato e alla vita». Sono parole bellissime, che restituiscono il senso di un destino comune, il legame più autentico fra le persone, il significato di una nuova alleanza. «Se volesse esaminare bene il suo intimo» si legge in un’altra risposta «vi troverebbe numerose tensioni verso il trascendente, dalla fiducia del bambino nei suoi genitori fino a quella accettazione della propria vita che caratterizza l’adulto maturo».

Questo libro potrebbe avere un altro titolo. Proporrei: Conversazioni diurne a Milano, parafrasando il celebre dialogo con un altro grande gesuita Georg Sporschill in Conversazioni notturne a Gerusalemme, la città della devozione e della speranza nel pensiero martiniano, la meta di un’intera vita. E come sottotitolo: la fede non è lontana da chi non crede. Se posso attribuire a questo volume un altro significato profondo, è quello di dimostrare al lettore che, come dice il cardinale, «l’uomo ha in sé la possibilità di distinguere tra il bene e il male, a partire dalla propria coscienza». E la coscienza è «un muscolo che va allenato», con disciplina, con sacrificio. E dunque le differenze fra chi crede e chi non crede sono assai piccole. Ma chi crede, assicura il cardinale, ha in sé un seme di follia che può capire solo chi la sperimenta. In questo volume lo possono intuire tutti: leggendo le parole di un grande padre, che non ha più voce, ma conserva un grande, e giovane, cuore.

Scrive sul Corriere della Sera Susanna  Tamaro:

“ Persone della levatura del cardinale Martini sono capaci di aprire uno squarcio proprio nella dimensione mistica e riescono a farlo non solo in virtù della profondità del loro studio o del potere che hanno raggiunto nella loro carriera ecclesiastica, ma grazie soprattutto al fatto di sapere aderire integralmente, con la loro vita alle parole così a lungo meditate. E’ questa l’unica grande differenza che divide gli uomini della Chiesa. Ci sono, infatti, coloro che vivono immersi totalmente nella Parola e quelli che lo fanno parzialmente, o strumentalmente..

Nella sua ultima intervista il Cardinale Martini mostrava la sua preoccupazione proprio per questa eclissi della potenza eucaristica. La sua maggior qualità è stata quella dell’accoglienza e dell’ascolto, della comprensione delle inquietudini dell’uomo moderno, senza mai voler ergersi a giudice, senza voler indicare come imperio una via certa….

La santità, infatti, non è altro che la capacità di essere fecondi nell’amore. Il Cardinal Martini è stato un uomo che ha percorso questa strada fino in fondo e la commozione ha lasciato dietro di sé è proprio il frutto di questa sua capacità di vivere totalmente i valori del Vangelo….”  

Armando Torno (Milano, 1953) è un giornalista e scrittore italiano.

Attualmente scrive sul Corriere della Sera. Oltre all'attività di giornalista, ha pubblicati numerosi saggi, soprattutto sul tema del difficile rapporto tra religione e modernità, ma anche sulla figura di Mozart.

Conduce anche, su Radio 24, il programma musicale dal titolo "Musica maestro", in onda ogni domenica alle 21.

Tra le opere più recenti :

Armando Torno, La scommessa. Puntare tutto su Cristo? , Milano, Mondadori, 2010.

Armando Torno, L'uomo e l'opera incompiuta , Treviso, Morganti Editore, 2010.

Armando Torno, Il paradosso dei conservatori , Milano, Bompiani, 2011.

Armando Torno, Russia segreta. Viaggi, peregrinazioni e incontri in un mondo infinito , Milano, Carte Scoperte, 2011.

Armando Torno con Giovanni Gavazzeni e Carlo Vitali, O mia patria. Storia musicale del Risorgimento, tra inni, eroi e melodrammi , Milano, Dalai Editore, 2011.

Armando Torno, PortarTi il mondo fra le braccia Vita di Chiara Lubich , Roma, Città Nuova Editrice

Il 27 novembre sarà nel Teatro dell’Opera Flavio Oreglio con il suo libro “Storia curiosa della scienza”.”

Presenta il giornalista Claudio Porchia


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